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Ognuno di noi si trova spesso a dover fare qualche calcolo per arrivare a stabilire se una qualunque compravendita è fatta a prezzi equi o fuori da ogni logica.
Prendiamo il caso di una persona che decida di acquistare un appartamento. Come fa a sapere se il prezzo richiesto è equo, eccessivo o a buon mercato? Non esiste alcuna formula per calcolare con precisione millimetrica il valore di un immobile. Si può ragionare solo in termini approssimativi.
Anche un esperto del settore, pur avendo strumenti e capacità, vi darà come riferimento una forchetta di prezzo entro la quale l’acquisto potrebbe risultare ragionevole.
Vi sono tanti fattori che concorrono a formare il prezzo. Per iniziare si potrebbe prendere come riferimento il prezzo medio a metro quadro della zona, e correggerlo sulla base di alcuni coefficienti relativi alla categoria catastale, alla qualità dei materiali, allo stato di conservazione, etc., e poi moltiplicare il risultato per la metratura. Si avrebbe così una prima valutazione sulla quale ragionare ulteriormente. L’aiuto di un perito tecnico sicuramente consentirebbe di pervenire ad una stima migliore.
Valutare un titolo azionario è un processo di stima che somiglia molto alla valutazione di un appartamento. Si può partire dal rapporto prezzo/utile medio del settore di riferimento e aggiustarlo attraverso tutta una serie di coefficienti che tengono conto delle differenze che la società presenta in termini di indebitamento, redditività, stabilità, capacità di distribuire dividendi etc. rispetto ai concorrenti. Alla fine si arriva ad un PE ratio (che per analogia potrebbe essere il prezzo a metro quadro nel caso degli immobili) che moltiplicato l’attuale livello di utile che l’azienda genera ci darebbe il prezzo di riferimento.
Tuttavia c’è un aspetto che riguarda la valutazione dei titoli azionari che proprio non ha alcun riscontro nella valutazione degli immobili o di qualunque altro bene. Se decidete di acquistare un appartamento di 100 mq vi aspettate che fra un anno, fra tre o fra 30 anni, i metri quadri siano sempre gli stessi.
Cosa ne direste se il locale di 100 mq che avete acquistato, dopo 6 mesi si restringe fino a diventare di 37 mq, dopo 3 anni cresce fino a 1440 mq, e dopo 10 anni diventa talmente striminzito da sparire del tutto, senza lasciare più traccia?
Nei titoli azionari succede esattamente questo. Acquistate un titolo perché pensate che pagare 10 volte l’utile previsto sia un buon affare, e l’anno dopo vi ritrovate con un utile dimezzato, con vostro grande disappunto. Ma potrebbe anche succedere il contrario: l’utile comincia a crescere in maniera sproporzionata, il prezzo gli andrà dietro e voi inizierete a fare i salti di gioia.
Un grande investitore come Peter Lynch diceva che la parola “utile previsto” è quasi sempre seguita a breve termine dalla parola “sorpresa”. L'investitore intelligente deve aspettarsi ogni genere di sorpresa e al contempo non farsene un cruccio. In definitiva le prospettive cambiano e le sorprese vanno sempre nei due sensi, a volte sono brutte, altre volte sono belle, e alla fine del gioco non influiscono sul risultato complessivo.
I principi enunciati fino a questo momento sono sufficienti ad investire bene e molti grandi nomi della finanza lo hanno dimostrato nei fatti. Però vale comunque la pena di indagare, se per caso questa variabilità del sottostante (il fatto che gli utili si muovano continuamente) non possa rappresentare un fenomeno da sfruttare piuttosto che da temere.
Un aspetto molto interessante dei mutamenti delle prospettive è la loro tendenza a ripetersi nel tempo nella stessa direzione. Nei dati storici è possibile notare che le variazioni delle aspettative sono fortemente correlate a quelle precedenti. Ciò significa che se le aspettative su un titolo sono migliorate nell’ultimo trimestre, è probabile che miglioreranno ancora nei trimestri futuri.
In borsa non di rado si possono osservare titoli che proseguono la loro corsa al rialzo per 4-5 anni e arrivano a decuplicare il loro valore. Nessuno sa in anticipo quali saranno i pochi titoli fortunati, altrimenti tutti li comprerebbero all’istante e il prezzo si fisserebbe in pochi secondi. Ma questa crescita di prezzo può essere spiegata solo in un modo: la società ha sistematicamente presentato utili superiori alle aspettative del mercato e gli analisti hanno dovuto continuamente rivedere le loro stime al rialzo.
Pertanto ci siamo chiesti se non fosse il caso di integrare le regole già enunciate con una nuova regola: acquistare titoli che presentano un miglioramento delle prospettive.
Se le prospettive di un titolo tendono a migliorare dovrebbe profilarsi la seguente situazione:
- I dati previsionali aggregati sono migliori rispetto a tre mesi prima.
- La forza relativa del prezzo tende ad aumentare. L’aumento dei prezzi tende a confermare un miglioramento delle prospettive. Un indicatore sui prezzi preso da solo di solito non serve a niente, ma in questo contesto può essere d’aiuto
- La pressione degli speculatori al ribasso tende a diminuire. Si parte dal presupposto che la speculazione al ribasso sia un’arte molto difficile, praticata solo dagli operatori più raffinati. Si suppone anche che un operatore raffinato non prenda posizione al ribasso su un titolo che si trova in un contesto di miglioramento generale delle aspettative, altrimenti non sarebbe uno speculatore ma solo un pazzo suicida.
Tradotto in numeri vuole dire che un titolo è tanto più conveniente da questo punto di vista quanto più:
- l’utile previsto per l’anno prossimo è aumentato rispetto alla stessa previsione tre mesi prima
- il rapporto fra medie mobili a breve e a lungo aumenta
- lo short ratio diminuisce
Alla fine siamo giunti a definire tutte le regole e gli indicatori che ci serviranno per metterle in pratica. Riassumendo, la selezione dovrà favorire i titoli quanto più la qualità è elevata, il prezzo è basso, le prospettive migliorano. Qualità - Prezzo - Prospettive. QPP sarà il nome del nostro modello e del nostro portafoglio.
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